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Atelier, numero 47, anno XII, settembre 2007
nota critica di Matteo Fantuzzi

Che cosa si può vedere dietro al gesto compiuto da questi énervés? Privarsi delle terminazioni nervose significa prima di tutto divenire incapaci di provare le più semplici emozioni, precludersi il tatto, precludersi il movimento, precludersi in un certo senso l’intera esistenza divenendo incapaci nel condurre una vita “normale”. Nei personaggi raccontati da Roberta Bertozzi questa condizione non è derivata dal “caso” o da un destino cinico e barbaro, è il frutto invece della precisa volontà dei protagonisti di procurarsi quel dolore e quella mutilazione perseguendo con precisione maniacale i propri intenti, lasciando viva, aperta e pulsante la ferita. E la Bertozzi descrive con attenzione maniacale per i particolari questa pratica, delineando soprattutto il razionale che sta dietro il gesto «lento», la consapevolezza di quanto si sta compiendo, nonostante il male, nonostante le conseguenze «La glicerina sull’acquitrino e tu adagio / […] vieni / e dilania il tendine, la postura / cede alla corrente come un nastro».
La pratica dell’automutilazione diventa così, trasportata da questo quadro di fine Ottocento ai giorni nostri, un’efficace descrizione del modo in cui la società moderna inevitabilmente costringa a ruoli, obblighi le persone a seguire dentro a piccole barche la corrente del fiume, come accade appunto agli énervés che dal loro microcosmo non hanno più alcuna possibilità di uscire o scappare e che si trovano al contrario costretti ad assecondare i movimenti minimi delle acque stagnanti, a lasciarsi trasportare dagli eventi senza potere accedere ad altri luoghi, ad altri paesaggi, ad altri lidi.Ma in questa volontà di compiere questo preciso viaggio, di imbarcarsi verso una destinazione certa sta la chiave di questo lavoro: non più quindi la la tematica tradizionale del viaggio come punto di crescita e di rottura da schemi prefissati come in tanta letteratura del passato, bensì la precisa volontà di precludersi una meta propria, a qualsiasi costo («Premuta sul mantello della carne cedi / all’apnea, ruoti in altra anticamera, / per il traino / i tendini-vettori spingono la freccia, / l’urlo, il falco») con un dolore che non diventa più sensazione fisica conseguente ad un evento traumatico, ma masochismo cercato, desiderato alacremente e mediato dalla privazione: «Quando sognavo facevo quello che mi pare… ero bello e fortissimo… / poi me ne sono accorto e ho avuto come paura…».
La poesia che scaturisce da tutto questo non può che concedere ampi spazi ai passaggi prosastici e ai dialoghi come ci si trovasse di fronte a una scena teatrale o, più semplicemente, come se la scena immortalata dal quadro di Luminais prendesse vita e si sviluppasse davanti al lettore: in un certo senso a livello stilistico questa pare l’unica soluzione possibile, come se anche il verso si dovesse necessariamente privare della maggior parte delle strutture care alla poesia, si dovesse per forza anch’esso amputare per avvicinarsi alla condizione dei suoi protagonisti.
L’iniziazione, quindi, diventa in sostanza rito di passaggio verso la condizione paterna, un passaggio di massa, un rito collettivo e totale, ma anche necessario e in qualche modo imposto dalla società e dai propri schemi («gocciare a flebo / adagio dello smaltimento / di diossina nel cemento o di altre droghe / ricreative del padre di turno e della sua piccola / polizia, burocrazia, cinematografia: // oh tu, vieni ad anestesia!») per essere «tolti dalla paura» di dover crescere e abbandonare i tranquilli lidi dell’infanzia: una condizione di perpetua immaturità non molto diversa da quel fenomeno di precariato giovanile che condiziona ormai diverse generazioni, un precariato cercato e voluto, dovuto in primis a una incapacità di reagire, a un lasciare scorrere tutto, a un continuo “galleggiare”. In fondo sarebbe sufficiente poco per uscire da questa situazione, in fondo «basterebbe muoversi da qui…».

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