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Tratti n. 81 - 2009
LA PRATICA DEL LOTO NON HA SOSTA
recensione di Vanessa Sorrentino

Gli enervati di Jumièges è il volume di poesia di Roberta Bertozzi, uscito nel 2007 per Pequod editore di Ancona. Il testo parte da uno stimolo figurativo, un dipinto di Evariste Vital Luminais del 1880, che raffigura due giovani distesi su una barca con i piedi e le caviglie fasciate. La leggenda narra che i due figli del Re Clodoveo II, colpevoli di aver cospirato contro il padre, furono puniti con la bruciatura dei tendini delle gambe e lasciati alla deriva su una zattera lungo la Senna.
La narrazione poetica si snoda nel giro di due giornate consecutive e consiste soprattutto nel dialogo immaginato tra i due giovani, condannati alla paralisi e costretti a navigare nelle acque del fiume. In un’atmosfera di laconicità, tra frasi che si inceppano e rimangono in sospeso, si apre la strada un testo composito, la cui lettura può avvenire a più livelli nell’alternarsi di registri diversi, basso e sublime, lirico e prosastico. Un testo eccentrico, quello della Bertozzi, nel senso che, pur avendo un’unità tematica forte, la direzione del flusso verbale non si muove su un unico fuoco, ma passa continuamente da un centro all’altro. Le voci si assembrano e si dissolvono in una coralità diffusa, che non raggiunge mai la pienezza del canto. Segno di un destino connotato da una mancanza. L’io poetante accoglie le voci e manca il bersaglio del canto, e non può che sbandare.
Il perno su cui ruota il tumulto verbale è il tema del parricidio, l’uccisione simbolica del padre, un motivo che ha connotato il Novecento letterario e non solo. Ne Gli enervati si afferma l’impossibilità del parricidio, il superamento del complesso edipico è negato fin dall’inizio. Impedendo a se stesso ogni possibilità di continuare nella carne dei suoi figli, il padre inesorabilmente sgombera il campo da qualsiasi relazione d’amore con loro. Nel capitolo della Lettera al padre si legge: “sei così morto padre /prima ancora che tu fossi /e prima del tempo /così stupido sigillo tu. /Appesi al tuo capitale noi /snervati…”. Una carne straziata, sfinita, enervata, appunto. Snervare nel suo significato originario indica qualcuno, cui sono stati sfilati i nervi, così da renderlo apatico, incapace di reazione. Il padre, inteso anche come status quo, nell’opera della Bertozzi, si fa macellaio dei propri figli, affermando il proprio potere come inscalfibile, il proprio modello di realtà come legge immutabile. Nella macellazione degli animali –leggo nell’introduzione-  l’enervazione consiste nella recisione del midollo spinale, prassi utilizzata per provocarne rapidamente la morte. È questo il destino riservato ai due fratelli, costretti a naufragare nelle acque della Senna?
Se la condizione per una continuità storica si dà nel passaggio di un testimone, di un’eredità da una generazione all’altra, qui la storia sembra girare su se stessa, riavvolgersi come la bobina di un film. La castrazione, compiuta dal padre sui figli, mostra come il complesso edipico non possa neppure avere luogo. Il potere del padre si manifesta in tutto il suo feroce egoismo e i fratelli, resi inermi dall’enervazione, soggiacciono allo spirito del tempo. L’umanità alla deriva, sembra dirci la Bertozzi, non può più conoscere nemmeno il sentimento della fratellanza, la solidarietà tra esseri umani è un sogno che il secolo ventesimo ha spazzato via.
Nei versi, d’accento espressionistico, di Manifattura, il primo capitolo di questo volume, i corpi dei due malcapitati subiscono interventi, che ricordano la Lezione di anatomia di Rembrandt o i più recenti ritratti di Francis Bacon: “<<Cavati /che guardo a che punto la sutura…>> / l’occhio di corteccia della ferita /il taglio /a cui non facciamo resistenza /-un castone nella cute”.
La ri-nascita nel corpo enervato coincide con la paralisi del corpo, come un riavvolgersi del tempo su se stesso, un tornare allo stadio pre-edipico, allo stato prenatale d’impotenza all’azione. Ne il Battesimo il simbolo dell’acqua, nell’analogia tra utero e letto del fiume, si presenta come luogo di degenza. L’atto che dovrebbe rappresentare un’iniziazione alla vita, il battesimo, diventa l’inizio della degenza in un’“attesa clinica”, il cui tempo pare infinito. E così per lampi improvvisi la maglia del testo sembra rivelare verità, troppo crude per non nascondersi dentro la piega amara delle parole: “per questo lento svernare- gocciare a flebo /adagio dello smaltimento /di diossina nel cemento o di altre droghe /ricreative del padre di turno e della sua piccola /polizia, burocrazia, cinematografia: / <<oh tu, vieni ad anestesia!>>”.
Il riferimento reiterato a una burocrazia, a un potere capace di alienare la vita da se stessa si allarga fino a diventare allegoria del secolo. Le conseguenze della paralisi si fanno sentire nel destino delle patrie, dell’Europa e persino dell’Occidente: “così vuoto a perdere anche questo /pane umano e vederlo /seccare composto/ dentro il nero d’Europa dove le strade /hanno un patronimico /e impalcature d’ossa”.
Nel capitolo Estranei, la piega si fa ancora più dolorosa. Non più fratelli, ma estranei, gli uomini sono membri di uno stesso protocollo, stringono patti formali, ma non sentono più la loro comune appartenenza a una specie. In assenza del padre, sembrano suggerire alcuni versi, i fratelli potrebbero stringere un legame di fiducia reciproca, fondare la loro propria comunità, ma forze ostili a questo appartenersi, febbrili competizioni e anarchiche battaglie, fanno dei fratelli individui in guerra tra loro. 
In una continua oscillazione tra universale e particolare, la narrazione procede per strappi, includendo fatti e frammenti di cronaca: “a Vieste la madre sfila la vita sottile al figlio /adagio col nastro adesivo/ si sfila dalla sua poi /in un silenzio condizionale/ e non si scava per quale fame /si entra nel tacco del digiuno /quale incongruenza d’amore guidi la mano”.
E tra gli echi di un totalitarismo culturale e politico, dove l’esclusione del diverso si fa pratica abituale, il consorzio civile fa pratica d’oblio, di rimozione come i mangiatori di loto nella nota epopea: “la pratica del loto non ha sosta. Si ricoverano /nella narcosi, le pupille disposte /a ricevere tutto lo spettacolo”.
E allora sulla cosiddetta civiltà si stende una notte che ha del metafisico, una notte che trascende ciò che è in potere agli esseri umani, si fa necessità storica, che muove inesorabile da un secolo all’altro: “è notte lirica, altissima./ Tutti i bravi borghesi di Baviera /hanno la mano placida sul membro”. La memoria dell’olocausto sconfina nel nostro secolo e su di esso proietta l’ombra di una follia collettiva, da cui ancora non ci siamo lavati: “e se il pazzo grida nel reparto è solo /per continuare il suo cantiere- /dare fiato al cadavere /del caro estinto novecento”.
Dentro questa necessità storica che spinge, sembra non darsi l’idea di un dopo, ma un eterno presente, una ripetizione meccanica dell’uguale. Un deserto presente, fatto di sabbia e detriti, come il Great Victoria Desert in Australia, metafora di un tempo vuoto che ricorda le tinte e i paesaggi della Waste land di Eliot: “Qui alle nove in Great Victoria Desert /dove le filettature d’oro dello scenario/ smangiano il profilo. Qui – lucore/ di sovrasmalto/ e celle di trasparenza fotoelettrica/ polveri detersive, plexiglas, antisettico…”.
Ma dentro alla lenta erosione del tempo, dietro alle lente deformante del deserto tecnologico, sembra luccicare una minuscola pagliuzza d’oro, un grido di battaglia, una resistenza forse: “qui occorre spaccare, occorre/ mancarla del tutto / la realtà”.  

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