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da IL MIELE DEL SILENZIO
antologia della giovane poesia italiana
a cura di Giancarlo Pontiggia, Interlinea, Novara 2009

introduzione critica di Giancarlo Pontiggia

Roberta Bertozzi è nata nel 1972 a Cesena, dove vive e insegna. Dopo la laurea in filosofia, con una tesi in storia della critica, ha fondato nel 2000, sempre nella sua città, l’Associazione Culturale Calligraphie. Due i libri di poesia finora apparsi: Il rituale della neve (prefazione di Cesare Ricciotti, Raffaelli 2003); Gli enervati di Jumièges (postfazione di Pasquale Di Palmo, peQuod 2007; estratti, con una nota di Matteo Fantuzzi, si possono leggere anche su “Atelier” 47). Non meno significativa, per l’impegno della scrittura e del pensiero, è la produzione saggistica (recensioni, riflessioni critiche, presentazioni di cataloghi d’arte), che il lettore potrà in parte ritrovare su riviste come “Atelier”, “clanDestino”, “Poesia”.
Il rituale della neve – il prezioso e controllatissimo libro d’esordio – mi era piaciuto per la fermezza della scrittura, la sensibilità naturalistica, le vibranti, benché celate, accensioni oniriche, come si può vedere da questa chiusa di componimento: «Usciamo: / vedi, quasi alberi siamo / siamo / quasi il mondo // del mondo il sogno / e il suo richiamo profondo». Libro che si apriva nel segno di una esigenza, di una consapevolezza poetica: «scelsi la poesia / che ha in dote / lo spigolo di una siepe / le sillabe delle cortecce / il ricamo dei tetti e delle inferriate // una poesia che avvicini terra / senza impoverirla / senza rapirle il sonno rispettoso e alacre». Una consapevolezza ribadita poche pagine dopo: «le poesie, se fossero caritatevoli, / cadrebbero in mano / come i fiori della prima, / come le chiavi dai terrazzi cadono. // Ma hanno natura incostante / si avvolgono come le onde / percuotono e ritirano / le voci sotto coperta, / affollano le insonnie. // Io lascio loro il sempre uguale corso / non forzo, addomestico / il verso e questi concerti / mi mettono le mani in quiete / e i denti scoperti». Insomma, non si poteva, a fine lettura di questo pacato e minuzioso libretto, che dar ragione al suo prefatore: quella di Roberta Bertozzi «è una ricerca superiore, una presentazione dei dettagli che non ha simboli o magie, ma una forza regolata dall’interno, che dà alla poesia una piccola, fors’anche minima ma salda, idea dell’incanto sottile della grande e misteriosa armonia».
Con stupore, dunque, mi è poi capitato di leggere – prima in dattiloscritto, poi (filtrato attraverso un lungo lavoro di revisione) in volume – il poema, di marca rimbaudiana e surrealista, intitolato Gli enervati di Jumièges, (inizialmente, anzi, Les énervés de Jumiéges), con riferimento all’omonimo dipinto di Evariste Vital Luminais del 1880 oggi al Musée des Beaux Arts di Rouen (rielaborazione decadente di un’impressionante leggenda di materia merovingia) ma anche la Rimbaud più duro e aspro (quello che in Alchimie du verbe esprime in modo assoluto e definitivo il suo rifiuto di ogni morale, e la tensione, insieme ascetica e materialistica, severa e edonistica, alla felicità), dall’autrice sigillato in epigrafe: L’action n’est pas la vie, mais une façon de gâcher quelque force, un énervement.
Una poesia che appare, a chi legge, come una vera e propria battaglia di suoni, di forme e di pensieri che sembrano in parte governati con ferrea determinazione dal poeta, in parte sfuggire clamorosamente di mano (giusta la poetica, di marca russo-tedesca, predominante nel Novecento, cui la stessa Bertozzi fa riferimento in un suo intervento su “clanDestino” 2, 2004: «La formula della creazione corrisponde allo stare in potenza dell’individualità e la mano che si lascia fare è esattamente la misura di questa potenza. Lasciarsi fare dal linguaggio è dichiarazione di tenace estraneità alla logica della volontà e del dovere. Non c’è decisione ma abbandono forte e risoluto, spaesamento illuminato, ascolto in fronte a qualcosa che è più grande di noi: la potenza della lingua»). Agiscono in effetti, nella poesia della Bertozzi, due spinte contrastanti: da una parte la fascinazione, tutta rimabudiana, della deriva (che è poi il vero soggetto del quadro di Vital Luminais); dall’altra, non meno forte, l’esigenza di fare ordine, non solo sul piano delle strutture poetiche, di riflettere sullo stato delle cose del mondo, al punto che il libro viene ad assumere un ben preciso valore polemico e politico. Come  d’altronde si può ricavare da un’annotazione, circa i due protagonisti (i due figli di Clodoveo II, che, per aver congiurato contro il padre – questo il nucleo dell’antica leggenda – ebbero i tendini delle gambe bruciati, e furono poi abbandonati su una zattera in balìa delle correnti della Seine), che ricavo da una lettera del giugno 2006: «La loro è un’attesa che diventa confortevole malattia, in cui si sta in fondo bene, che non si vorrebbe modificata in compimento. Gli enervati sono condannati all’adolescenza, all’apprendistato interminabile – non divengono mai uomini poiché il sacrificio sociale che è loro richiesto impone questo». Il tema edipico riletto insomma in termini politici, con un evidente richiamo all’ambiguità dei tempi, e senza alcuna forma di consolatoria risoluzione: una poesia cruda, tagliente, non priva di oscurità, e di ellissi concettuali, che procede per dissonanze, fratture, intermittenze, e che pure tende, quasi ipnoticamente, a una sua quieta composizione (come d’altronde indicano certe ripetute annotazioni musicali come «lento», «adagio», sparse per tutti i diciotto capitoli del poemetto): «io sentivo dilatarsi grandi laghi di stasi e nella stasi l’incidersi di frammenti (di senso, d’accordo) che si tenevano tra loro solo per via analogica. La cosa più strana è che nonostante questo l’architettura non era inerte – non completamente soggiogata – ma continuava a rilasciare, a formare strutture e cornici,  a precisarsi come punto d’appoggio, a localizzare. L’architettura, la narrazione, è funzione – funzione e allo stesso tempo è un ostacolo» (da una lettera del novembre 2006).
Del poemetto (scelta assai ardua) sono riportati tre capitoli. A piè di pagina aggiungo le note che, quasi scherzosamente, sul modello del sommario foscoliano ai Sepolcri, avevo richiesto a Roberta dopo una prima lettura del poemetto: queste diciotto note in prosa, come il lettore ben vedrà, non svolgono di fatto alcuna funzione esplicativa, ponendosi quasi in competizione con i singoli capitoli in versi. E, d’altronde, volessimo un’ulteriore conferma dell’essenza profonda, materica e onirica, non razionalizzabile di questo poemetto, dovremmo di nuovo ricorrere alle parole che l’autrice ha scritto – in questo caso – non per sé ma in margine ad alcune mostre di arte contemporanea, e che pure sembrano riguardare proprio la sua poesia. Un solo esempio: «L’effetto di queste opere, la resa compositiva, è secondaria; la loro collisione, la loro lotta, è quello che continuano a rilasciare – “non rendere il visibile ma rendere visibile”, estrarre, al di là delle sostanze, i rapporti di forza che le legano, rendere sensibili forze e dolori impercettibili, forze telluriche sopite e al contempo incessantemente operanti» (dal catalogo della mostra Pat de durmi dedicata a Mattia Vernocchi, 20 gennaio-25 febbraio 2007).

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