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Tratti, n. 85 (2010)
recensione di Cesare Ricciotti

LA S 'SIBILLANTE' DI ROBERTA BERTOZZI

Premessa: -"Nel 1880 Evariste Vital  Luminais dipinse un quadro dal titolo "Les énervés de Jumièges". La tela ritrae due giovani distesi su una barca, avvolti da una coperta e con le caviglie fasciate. Secondo la leggenda da cui prende spunto l'opera, i due figli del re Clodoveo II, colpevoli di cospirazione contro il padre, furono puniti con la bruciatura dei tendini delle gambe e abbandonati su una zattera alla deriva lungo la Senna."...
Svolgimento:Roberta Bertozzi ripercorre in 'poema' questa viacrucis.

Ho pensato che se si aprono gli occhi dal sonno, all'improvviso, si vedono solo nebbie, e non è certo che il mio unico corpo, mezzo sveglio, non ancora sostenuto dagli arti, sia capace di sostenere una visione, un altro da sé che lo invada e lo scuota. Eppure, lestamente, a rischio di ferirsi, tenta con la mente e col cuore di dare una ragione a tutto ciò, perché, come dice Roberta Bertozzi, "non ci sono dei posti dove non siamo mai stati" che non si presentino a noi senza un motivo vitale e che anche se a volte ne proviamo terrore "come ci assomigliano".
Noi viviamo reduci da questi -sogni- o in questi sogni fuggiamo, disertiamo, in rotta dalla vita e dalle cose. E li abitiamo tutti, anche quelli cancellati o persi dalla memoria: "vorrei poter dire di qualsiasi posto che non ci sono mai stato". Shakespeare docet!
Ma c'è un modo che la Bertozzi ci insegna in cui tutto possa continuare, possa coesistere, in una specie di slowing down perché ogni parola può accorciarsi e allungarsi, flettersi e scattare, e i muri hanno tali proprietà come ogni altra cosa reale e vivibile.
I nervi, come i muri, e le nostre menti, sudano; non ci serve altro che "il solo che si deve: al fondo / più a fondo portare / la finzione del testo".
Tutta la vicenda è colta da uno sguardo, al primo avviso impreciso, che si perde come ogni risveglio, e che sulle scie lontane avverte ancora bagliori. Ed è forse proprio dal perdurare di un riflesso, da un tenue riverbero, che prende forma, si costruisce come un tessuto normativo il racconto forte, dalla memoria ad un progetto nuovo, il quadro suono-sequenza de "Gli enervati di Jumièges". Non è per uno spettacolo cruento, inospitale, ma è solo per capire, e per capire e vivere occorre, è sufficiente un'immagine, sia essa deflagrante, oppure che inondi semplicemente 'l'altra pagina', che teniamo nascosta, della quale proviamo vergogna e ci imbarazza, quella pagina che annega tutto ciò che respira indipendentemente da essa.
So che Roberta predilige la "carcerazione ai polsi" non per una sorta di più facile prossima liberazione senza traumi, ma perché, più di altro, quelle segnature agli arti, dopo la tortura, ci dicono meglio la natura delle sostanze e delle voci di ogni nostro canto.
Tra le tante chiavi di lettura del testo scegliamo quelle che ci danno più da vicino l'idea del percorso fatto, dei caratteri del mestiere, e del metodo di affrancamento dal limite e dall'errore. Nel quadro di Roberta emergono quasi da sotto la melma dell'alluvione, eppure sono chiare, energiche, salde e senza difetti (quanto esercizio di limatura nel tempo, grande orafa della scrittura!).
La prima che fa da base all'orientamento, quale bussola di fiume, è l'idea continuamente manifesta che a salvarci dai flutti degli avvenimenti non può essere l'abbandonarsi a una sorte innominata ma stare dentro il -non esserci mai-, a casa propria in un luogo comune ma ospiti, impugnando quel malessere guerresco che non ti fa sentire mai vinto. Da questa inquietudine di fondo derivano i fendenti a quello -scarto generazionale- che ci rende spesso tanto immobili, svuotati di desiderio.
A differenza di Eliot, però, Roberta non si vuole coniugare (vedi la postfazione all'opposto di Pasquale di Palmo), perché la vera ragione dell'esistere, e qui sta la seconda chiave, è un essere che "occorre" mancare. Non è facile questa posizione, nell'attuazione, nel convincimento e nella ricerca, perché  solo "quello che perde ciascuno fra le pagine del libro aggiunge". C'è un'appartenenza nascosta, sottilmente nascosta che STA come "rettile di luce" perciò difficilmente riconoscibile a occhio nudo, come "proiettile di gabbiano" veloce nel presentarsi e scomparire, che ti svela che "io sono dell'ulivo, raddoppio e le radici si inarcano al fusto".
La terza chiave di lettura è nella forma di scrittura di Roberta Bertozzi.
Non c'è un LENTO/ADAGIO, un peso/vapore nascosti nella costruzione dei versi,è il movimento che l'autrice ci chiede per riuscire a seguire lo strano feretro del fiume che sta tutt'intorno ai fatti, alle cose e ai suoni e alle voci che muovono il quadro, è quella bruma richiesta, quell'atmosfera 'sine non' che ci permette di respirare l'evento, di farcelo sentire addosso, di penetrarlo in noi stessi. E' la luce del Caravaggio che sempre presente anche nella profonda oscurità viene detta solo una volta e una volta soltanto: snervati e basta! "Quel brusio, quella sgualcitura del silenzio", quei muri che sudano, affinché  tutto sia possibile nel dentro e fuori, nella pianura e nell'abbraccio, ed alla fine perché sia possibile per la finale redenzione declinare i dettagli, svolgere nei particolari tutta la scorticazione, la snervatura,la lacerazione. Roberta 'usa' la lettera s e l'attacca alla carne, alle carni (s/compare, s/battente, s/bendaggio, s/folgora, s/largo, s/postàti, s/torna, s'insera, scantona, ecc..), e (d'ascia, perso, stacchi, sacrario, ecc...). A quale distanza, a quale distanza si opera la macellazione? Anche se continuamente ci dice che ce ne allontaniamo per vedere meglio, e frammentiamo per entrare di più nella sostanza, e immoliamo ogni briciola perché nella sacralità tutto si trasformi, e vinca l'"ilarità degli abissi", e ci sia per tutti beatitudine e salmi di ringraziamento, in verità, in verità,
"la colonna vertebrale non è altro che la spada / che un carnefice ha fatto scivolare" sulle parole lunghe che prolungano il dolore e il desiderio, sui nervi, sui tagli e sulle parti del corpo nascoste, in una Senna che non è fiume ma opera palustre, senza corrente, che "tutta la luce gli sta fossile, / gli sta interregno".
C'è "un altro idioma- a innesto" che ricopre quella distanza che è tale perché ogni cosa è compiuta, una scrittura data sotto il sole
"Perché nell'amore, nel nostro / c'è una tale nudità / di cortile, una tale nudità d'amore / fatto cortile / che è il solo che si deve, il solo / che si può".

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