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LAND, numero 2, 2008
recensione di Rossella Renzi

Si moltiplicano e si frammentano di continuo le voci, i segnali, le luci che giungono alla zattera degli enervati, durante il loro viaggio che si risolve nei diciotto capitoli e insieme scenari del poema. Un libro denso, complesso da districare, Gli enervati di Jumièges di Roberta Bertozzi (Cesena, 1972), è anche il titolo del dipinto di Evariste Vital Luminais (1880), che raffigura i due figli del re Clodoveo II, puniti con la bruciatura dei tendini delle caviglie e abbandonati sopra una zattera sul fiume Senna, perché colpevoli di cospirazione contro il padre.
Sono loro gli enervati, costretti ad affrontare quel percorso senza poterne stabilire la direzione, spettatori impotenti e amputati, obbligati ad assistere allo spettacolo del disumano che passa crudo davanti ai loro occhi. Arrivano così, a quella decisiva e radicale conclusione, che chiude l’opera e mozza il fiato: “Qui occorre spaccare, occorre / mancarla del tutto / la realtà” (p.84).
Il viaggio si apre con immagini che richiamano il concepimento, la gestazione (“Amnios, ti dico, e prima un sodo / che non c’è un paragone”, p.14) e poi la nascita, con la ferita: “la postura cede alla corrente” e il tempo si riavvolge per ricominciare a scorrere su quel nastro che registra per poi trasmettere. Dal principio, con l’incisione, le forbici, la lama, il sangue a fiotto e il coltello che scava… s’imprime negli occhi e nel corpo del lettore la sostanza dell’opera, la situazione che ne ha permesso l’origine e lo svolgimento. E’ il senso della ferita, il luogo in cui avviene lo scambio, la contaminazione, l’apertura sulla storia, anche quella più recente che ci sfiora. Per questo, occorre essere cauti con la lacerazione, prestarle attenzione affinché non si rimargini: il gesto, che sia lento e adagio, sempre, come sottolinea l’autrice con quelle parole ribadite in corsivo. Allo stesso tempo, la ferita è varco da cui fuoriesce “l’urlo” e “il linguaggio mai sperimentato”, “il suo generativo / sangue sillabico”. L’unico modo in cui gli enervati possono operare, infatti, è attraverso la parola, che assume un tono liturgico e di alterata preghiera: “per il verbo che si fa carne e la carne / cadavere”; la stessa parola che può essere ambigua e ingannevole, finzione o grasso per tamponare la fessura. Solo attraverso il verbo, l’uomo a quel punto – a questo punto - può scegliere una direzione, “l’intenzione [è] sfuggita al nostro braccio, diluita: / la rotta prende spunto solo dalla costruzione della frase” (p.21). Ma la frase non esiste, è smembrata, scomposta, i dialoghi che provengono dalle rive sono smozzicati e sospesi. Come in Krapp's Last Tape, di Samuel Beckett (1958) desideri e pensieri del passato ritornano, fastidiosi e provocanti: “fra noi e fra noi e quelli della riva / si tendono di nuovo come bave i richiami” (p.26).
Il nastro su cui si dipana abilmente il verso poetico della Bertozzi, si intoppa spesso, inciampa nelle ripetizioni e nelle domande, scoprendo le innumerevoli piaghe – le falle - che fanno sanguinare il mondo. Sono l’inceneritore, l’amianto, lo schianto, le teste a pioggia, il gas, il sesso, l’età, la razza, l’orda dei turisti, l’acrobazia di carni… Durante quel tragitto lento, adagio, pagina dopo pagina, scenario dopo scenario i due fratelli curano la ferita, per continuare a sentire, a dolorare: “se non spargeremo calce sul passato i muri continueranno a sudare / la secrezione urticante dei lamenti / e l’odore dei forni / irreparabile / l’odore” (p.46). Per questo, meglio fare lento, adagio, per non risvegliare “il secolo degli assopiti”, per non disturbare “questa allegra amnesia / sui sopravvissuti, i – nati dopo” (p.47).
Nell’atmosfera cupa e tenebrosa dell’opera, la continua presenza della luce che si riflette sulle acque del fiume con le sue albe e i lampi, ha il compito di annullare il tempo. La storia si scioglie nel liquido amniotico, ricomincia ad ogni concepimento, si riproduce nella sua ferita, nel corpo dell’uomo che deve decidere se conservarla: “Così l’oblio, così è regolare / letargia / questa sequenza senza congedo: / nasce l’uomo che non è ancora chiaro / e così continua nel nastro – nel sogno io / che disciolto in acqua risalivo…” (p.14).

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