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ATELIER n. 51 - settembre 2008
recensione di Giovanni Tuzet

Le ragioni di plauso a questo libro sono essenzialmente quattro.
La prima è che riesce a produrre una lingua molto indovinata, un efficacissimo impasto di astratto e concreto. Sono molte le parole asettiche che si affacciano dalle XVIII sezioni, a partire da un iniziale, caproniana “giurisdizione”, passando per “inchiesta”, “protocollo” o “radiografia”, finendo con una filosofica “realtà”. Attorno a questi si dispongono i vocaboli concreti lungo i versi di lunghezza molto variabile, termini che si riferiscono prevalentemente a parti del corpo e a processi di nascita e morte. Così si possono leggere passi come «La routine è questa evacuazione d’acque / dove non si centra la nostra sostanza. / Una volta eravamo i bambini dagli occhi secchi / che accoltellavano la vendemmia – una volta / eravamo la miscela prepotente».
La seconda ragione di plauso è che, ancora sul piano stilistico, l’autrice dimostra un’abilità notevole nel trovare analogie sorprendenti, come «l’occhio di corteccia», «la somministrazione del perdono» o «il tacco del digiuno». Notevole è anche la capacità di introdurre dei neologismi o delle sintesi espressive (una gamba «mezzafuori», la «lingua nerosvelta di catrame») che ricordano, nella tecnica, la direttiva futurista di associare sensazioni diverse. «Il roveto ossuto della memoria scolora / a ogni scossa».
La terza ragione è che l’opera cresce intorno a un tema suggestivo. Il titolo rimanda a un quadro dipinto nel 1880 da Evariste Vital Luminais (Les énervés de Jumièges) che raffigura due giovani distesi su una barca, avvolti da una coperta e con le caviglie fasciate, ispirandosi alla leggenda secondo cui i figli del re Clodoveo II, colpevoli di cospirazione contro il padre, furono puniti con la bruciatura dei tendini delle gambe e abbandonati alla deriva su una zattera lungo la Senna. Metaforicamente si può leggere in diversi modi. La postfazione di Pasquale Di Palmo ne suggerisce alcuni, precisando che il libro si presta a una «lettura a più piani, articolabile in un ambito polisemico».
La quarta è che il libro procede così in un disordine scandito, per frasi frante, accelerazioni e immediati riposi (d’altro canto «ogni cosa corre alla sua colazione»). Alle sinestesie partecipano spesso dei termini musicali, nomi di movimenti nel corpo di un’opera («il peso lento delle nuvole»). La sezione IX, notturna, si snoda in una traccia di ritornello potente e inquieto. Di Palmo parla giustamente di una “scrittura nervosa”. Aggiungerei che è determinata ad esserlo, metodica e incisiva nella sua snervatura.
Due sono invece i motivi (minori) di dubbio.
In primo luogo, non sempre i dialoghi distribuiti lungo le sezioni mi sembrano all’altezza del libro e della sua lingua raffinata. Battute come «Ragazzi, novità?» mi lasciano freddo e non mi pare contribuiscano efficacemente alla screziatura espressiva del tutto.
In secondo luogo, l’uso molto massiccio dell’analogia e della concentrazione, unito alla mancanza o alla non recuperabilità di un significato univoco, rende l’assimilazione a tratti difficile e lascia il lettore in qualche digiuno, come molti modelli francesi cui l’autrice è vicina. Accade quello che questi versi, più limpidi di altri, sembrano prevedere come propria intenzione: «Qualcosa, refrattario, non si fa organico, / assorbito nel mantello naturale. / Nella volta, in ogni colonna, assorda il muto / boato della detonazione».

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