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LEGGERE DONNA , anno XXIX (n. 156)
nuova serie n. 139, marzo-aprile 2009
recensione di Nelvia Di Monte

Una raccolta poetica che sicuramente non può lasciare indifferente chi legge se si lascia coinvolgere dalla densità straniante di questo lungo poemetto suddiviso in diciotto partiture. Dentro un continuo dipanarsi di elementi tematici ben riconoscibili (dialoghi carpiti alla quotidianità, frasi gergali, termini settoriali, insoliti abbinamenti, riferimenti geografici e storici, stravolgimenti di citazioni famose, descrizioni oggettive, riflessioni personali...), tutto si trasforma repentinamente in immagini originali attraverso una distorsione espressionistica, a tratti surreale. Si avverte un’impostazione tragica di fondo, quasi che una violenza simile ad una malattia incurabile – o una menomazione procurata dal padre ai figli come nella leggenda cui si riferisce il titolo – pregiudicasse qualsiasi possibilità di ricomposizione, individuale, generazionale, sociale. E linguistica, dal momento che lo stesso linguaggio è frantumato e sfasato rispetto all’accadere, risulta composto da tante unità significanti che, mescolandosi o giustapponendosi, sottraggono un senso più ampio, lo rendono incerto (“fermavo il seme / prima del suo farsi segno”) o mettono in evidenza come sia labile il significato che – convenzionalmente – gli viene assegnato. Da qui scaturisce la necessità di ripercorrere altre strade nel rapportarsi delle parole alla realtà, per resistere comunque a questo sfuggire “suolo da sotto”; il bisogno di indirizzare altrimenti la poesia e “più a fondo portare / la finzione del testo” per trovare il punto/istante in cui “il senso si allenta / ed è stranamente / bello / il canto”. Il soggetto che si pone in ascolto non vuole semplificare o stabilire criteri di valore per indirizzare verso un unico senso i molteplici suoni della vita. La poetica della Bertozzi agisce dunque in modo poliedrico, mettendo in scena contemporaneamente più elementi linguistici in grado di provocare una stereofonia che distorce l’univocità e la nitidezza della comunicazione, fino a renderla quasi un’impossibile utopia. Il tutto restando saldamente ancorata alla realtà – per quanto fluttuante appaia questo termine – e senza perdere mai di vista la matrice ‘generativa’ mentale e corporea del suo fare poesia, il “rimettere nella cellula il suo generativo // sangue sillabico e altro nuovo”. Sembra questa la linea guida sottesa a tutto il libro: un combattimento corpo a corpo con la scrittura dove “parole composte in batterie d’enunciato / si armano” non per cogliere la realtà, in una mimesis che il secolo breve ha reso impossibile, ma per scinderla e “mancarla del tutto”.Non è una poesia piana o conciliante, piuttosto invita a pensare – disorientando – sulla problematica complessità che rischia di soverchiare l’individuo nel suo essere sociale e comunicativo. La costante presenza di riferimenti ad ambiti intersoggettivi consente alla poesia di non richiudersi in uno sterile sperimentalismo fine a se stesso: i due elementi – io e mondo – si compenetrano a vicenda ma in una tensione espressiva continua che non consente un equilibrio e raramente offre pause di quiete. Come osservando un collage di immagini note (la guerra, i disequilibri sociali, la malattia, la prevaricazione segnata di normalità, “il sequestro del quotidiano”...) che scorre rapido davanti allo sguardo, si scorge un’attualità d’inizio millennio distorta da un orizzonte di assurdità: è questa realtà il ‘capitale’ generazionale trasmesso dai padri? Meglio davvero spaccarla e mancarla del tutto, perché è insensata e non c’è trama di parole che la possa ricomporre in un’immagine integra e giusta. Tuttavia non è un scivolare verso il nichilismo, piuttosto un cercare qualcosa “che non è a posto, un segnale”. La scrittura di Roberta Bertozzi incide in profondità, un’operazione dolorosa ma necessaria per far emergere quello che rimane, tracce sopravvissute di umanità: “è continuo / sfogliare durezze alla selce / ogni venatura esaminando / perché nulla vada trascurato, / padre”.

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