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Un fiume, due fratelli su una zattera alla deriva, un viaggio che non prevede partenza né approdo: procedendo dalla suggestione iconografica del dipinto di Evariste Luminais, il libro ne ricava un paradigma dei nostri tempi e delle loro contraddizioni. I due protagonisti, annichiliti da un’inerzia che è specchio della paralisi della società occidentale, costretti nel comfort, nel condizionamento d'aria e luce, nella sterilità di ogni contatto umano, trascorrono i loro giorni dialogando con un padre assente e nell'attesa di una iniziazione all’età adulta destinata a non giungere mai. Li circonda lo spazio livido delle periferie, la folla anonima delle nostre metropoli: uno scenario uniforme e vigilato, a tratti scosso da sussulti, da tutto il “temibile di quello che sta latente”. L’epopea degli enervati si rovescia in un ibrido-poema scomposto, slogato nelle giunture sintattiche, nella sua illusione discorsiva, eroso da rappresaglie liriche, da verticalità e indugi. All’assenza di un progetto etico e civile, alla mistificazione della realtà compiuta dalle officine mediatiche e spettacolari, i due fratelli replicano svanendo: occorre mancare il proprio tempo quando esso è esausto e senza rimedio, fallire ogni attesa, ogni ennesimo vincolo – innescare la prassi della differenza, della deficienza, dell’a-topia.