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da L'ALCHIMIA DEI NERVI di Pasquale di Palmo

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La narrazione della Bertozzi procede avvalendosi di tecniche diverse che cambiano a seconda della situazione descritta ma, in tutti i capitoli, è evidente la tendenza a compromettere il logos con gli aspetti più inquietanti e sordidi della realtà. In tale ambito queste variazioni ossessive, questi impromptus che a tratti ricordano la pronuncia aspra e dolente di Amelia Rosselli, sottendono una lettura a più piani, che non si risolve in una dinamica chiara e lineare ma che rinvia ad altri possibili sviluppi. Abbondano citazioni e criptocitazioni, non solo di derivazione letteraria, anche se risulta evidente l’impossibilità di dominare una materia così incandescente attraverso il veicolo di una parola che ha perduto i suoi connotati originari di comunicazione immediata. Anche la parola è stata violata, non può che immergersi «nel magma» della storia per accontentarsi di approdare a una «piccola salvezza»: «La poesia, il canto, è un trattenere, una piccola paralisi dell’evento» osserva la poetessa.
Vi è lo stesso inquietante rapportarsi alla parola che figura in un’autrice come Marina Cvetaeva. Roberta costruisce i suoi castelli verbali arrampicandosi con la spericolatezza di un saltimbanco da torre a torre per osservare «Sotto il segno della costellazione di Orione / il territorio metropolitano [che] scintilla / e rilascia esalazioni micidiali per i nostri sensi». Sembra che i lamenti dei fratelli alla deriva riecheggino lungo il corso di qualsiasi fiumiciattolo che attraversa le anonime periferie moderne. Niente contraddistingue il paesaggio della Baviera da quello di Hamelin, di Rouen, della stessa banlieue parigina: «addossato ai muri d’Europa – raggio / di tenebra che si allunga / e sforca una ramificazione – il peso lento / delle nuvole punteggia tutta la figura / seduta al tavolo del bar – non la riconosci».
Il paesaggio snaturato descritto da Zanzotto sembra rinviare all’omologazione rilevata da Pasolini: l’uomo cammina come un sonnambulo, in preda all’intontimento provocato dagli psicofarmaci, lungo le strade irriconoscibili di una qualsiasi metropoli. L’epica non può che risolversi in un coacervo di frammenti che rinviano ad altri frammenti, la narrazione diventa qualcosa di larvale, la stessa trama si riduce a descrivere azioni inconcludenti, prive di quella pietas che potrebbe riscattarle dall’«album del male» rappresentato da un’esistenza sempre più innaturale, precaria, schizofrenica.
La poesia della Bertozzi non poteva risolversi, con simili premesse, che in un dettato franto e sincopato, di ascendenza celaniana, dove non di rado l’anacoluto prende il sopravvento, con momenti che, per la loro intrinseca capacità di aderire a una realtà sempre più inclassificabile, non disdegnano felici incursioni in una dimensione lirica scarnificata e surreale: «Hai ancora il plenilunio negli occhi / – mio uguale e non lo sostengo / ti passo un braccio lungo il canale».