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:. da (II. in utero)

Se al deposito precipitano fiacchi
sulla panca del lavoro, noi ne – sentiamo solo
il tonfo-morto di schianto
giù dalle scrivanie

all’assolo del marciapiede
dove qualcuno piange senza audio
e io sì, avrei dovuto,
lasciare l’elemosina, un vulnerabile,
sempre bisogna che qualcosa
dare che sublima la perfezione, al saldo
di una qualunque vetrina di sofferenza, quando lo sguardo
cade.

Dunque di nuovo al principio, all’innesto,
se ti fermi devi ricominciare
la tua creatura – di nuovo piegati verso
di me, di dentro noi, e più crescevamo e non
per il cappio della costola.

Sei un figlio di nuovo ficcato
nella nutrizione – il re del rock and roll
e riprendi a ovulare arrossato
dalle scosse dell’amore

un figlio, due, appesi al chiodo
trapassato della foto, da dove scappano
nella frizione generosa degli inizi e sei
chi lo svertebra questo dio minore

questo
per altra giustizia sommaria – immagino
rimettere nella cellula il suo generativo

sangue sillabico e altro nuovo
sangue e ancora procurarsi

scorte.

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