Roberta Bertozzi interno 38

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poesia / levatrice

 

levatrice
inserti calligrafici tramati di Amanda Chiarucci
progetto grafico Calligraphie
Raffaelli, Rimini 2004

III

Nell’incartamento
le sorgenti si complicavano
sotto al lavello, nelle tubature innocenti
dove le madri sgranavano gli avanzi
delle sciacquature
come conchiglie in un secchiello.
Così fidammo nella mappa
per sciogliere i chiavistelli
per intuire quale frontiera
si fa annuncio del tempio.

IV

Quindi aperti i cancelli
incontrammo le ghiandole
coi visi scoperti.
Suonava di voce introversa
il colare nel nido-alcova:
era il risveglio
riconoscente.
Le nostre ossa si fecero prematuramente sassi
penetrarono nel duro dei sassi
e l’anima si curvò agli organi,
alla sezione di noce del cuore.

 


Alla memoria, elemento piano di conoscenza – di cui è già nota la massa ereditaria di concetti entro cui rovistare – è preferito il tratto verticale del ricordo, quale migliore continuazione a servire in maniera compiuta la vocazione della Bertozzi ad attingere alla porzione arcaica di umanità, dove risiedono i reperti non logici del sapere. Riprendendo quindi il titolo dell’opera, si può affermare che se il parto è legge irrinunciabile per la vita, la levatrice ne è forma e disciplina, metodo e scarto cioè numero, che risiede nel presente, all’atto della nostra nascita, e che a causa del suo intervento non abbiamo vissuto nella pienezza istintiva ed oscena che gli è propria. Con il determinare un obbligo in chi, come la Bertozzi, non voglia far coincidere a quella nascita l’inizio della propria esistenza, certa di un mondo interiore precedente al tempo; un dovere di farsi trovare sempre presente di fronte al proprio animo e, con attenzione, a ritroso ricambiarne in ogni momento ogni sguardo più segreto da questo ricevuto.

Domenico Settevendemie

 

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