Roberta Bertozzi interno 38

italiano | english

saggi / arte / Fondamenta

 

Fondamenta
in 2011, catalogo della mostra personale di Verter Turroni
Galleria Gasparelli Arte Contemporanea, Fano 2011

abstract

[...]
L’oggetto rinasce entrando in una nuova forma. Tuttavia questa forma rimane allo stadio larvale, di crisalide – sequenza contratta nell’atto del divenire. Ecco uno degli aspetti che avvicinano questi lavori a quell’area artistica che passa sotto il nome di installazione. Di essa condividono alcune specifiche dinamiche (soprattutto l’interazione fortissima con il sito che ha ospitato l’esecuzione e con il fattore temporale che l’ha determinata), pur discostandosene per altre, e più significative. Perché la ricerca di Turroni è segnata da un carattere di permanenza, dalla volontà di racchiudere, creare nuclei che agiscono come magneti, come simboli circoscritti, come focolari. E anche perché alla dispersione propria delle pratiche installative si sostituisce qui una magnifica concentrazione plastica, un addensamento o proiezione monumentale anche quando congegnata su scala ridotta.
Nel tentativo di dare una definizione formale ci soccorre un bellissimo termine coniato dall’artista: archiscultura, ossia un ibrido fra intenzione architettonica e intenzione scultorea, dove la prima, aggiungendo volumi e linee, è continuativa rispetto allo spazio, mentre la seconda opera dei tagli, intrattiene con esso un incessante agonismo. Termine oltremodo eloquente perché tramite il prefisso riesce anche a suggerire la vicinanza di questi lavori alla misura dell’archetipo – a un modello che, assorbendo il tempo-spazio della contingenza, finisce per diventarne compiuta sintesi, sua ipotesi ideale. Lo scarto ha le sembianze di un vessillo, la stele è fatta di cemento grezzamente compattato, una glassa di vetroresina, simulazione esemplare dell’incarnato marmoreo per noi sinonimo della perfezione antica, concorre a levigare o ad accendere di riflessi più d’una superficie. Ogni componente, sia essa stilistica, operativa o materiale, sembra effettivamente indicare una tensione a quella proporzione, quell’esattezza, quell’inesauribilità che solitamente attribuiamo al classico.
Rispetto all’opera di Verter Turroni la classicità a cui penso non è quella storicamente data, e parimenti non ha nulla a che vedere con dei canoni o delle acquisizioni. È quella che, nell’equilibrio conseguito con i mezzi che ciascuna epoca ci mette a disposizione, instaura e rimanda, diventa argine e prospettiva; che risiede in un approccio determinato e che si versa in una fuga illimitata; o meglio, per citare una splendida formula del poeta Osip Mandel’štam, che “viene sentita come ciò che deve ancora essere, non come ciò che è già stato”.

Verter Turroni
Sommerso, 2011
vetroresina, metallo
fiberglass, metal
cm. 200 x 70 x 400

contatti | studio | links | credits | ©2009 Calligraphie :::: faisons que sur le temps la constance domine. sponde