Galleria MEL CONTEMPORARY
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Oh, die Dummheit der Wissenschaft!
in Francesco Bocchini, Domino - Blumen - Falene
Texte: Roberta Bertozzi - Fotos: Dario Lasagni
Mel Kunsthandel, 2008
abstract
[...] Ci fu un tempo, brevissimo, in cui le macchine furono innocenti. In cui esse non servirono altro che la propria proliferazione immaginante, in cui esse abbozzavano il sistema della natura senza alcuna intenzione di rimpiazzarlo, di sostituirsi a esso. Un tempo in cui ne idealizzarono, imitandola, la perfezione. E tuttavia in questo ottimismo della tecnica già faceva la sua comparsa una smorfia diabolica, un desiderio di supremazia, un’aspirazione allo sganciamento: l’automatismo del Rinascimento, la robotica, l’umanoide preconizzavano la futura autonomia del sistema, il suo futuro poter fare a meno della natura. I meccanismi di Bocchini sembrano ammiccare a questi albori dell’ingegneria rinascimentale proprio per il carattere di straordinario candore, di somma, visionaria futilità che appartiene loro. E tuttavia portano anche un germe di sconforto, una inquietudine, una tragicità irresolubile. Sono macchine che hanno visto il sogno trasformarsi in incubo – il lavoro convertirsi in sfruttamento, il vantaggio in speculazione, la pianificazione in sorveglianza, la filantropia in carneficina. Questi congegni hanno un’apparenza bifronte, in essi la ludica e spensierata infanzia della tecnica convive col tormento della sua spregiudicata maturità.
Parodia del ciclo industriale, dell’artiglieria siderurgica e metalmeccanica, della volgarità mediatica e mercantile, dell’indice statistico e della barbarie sociale. Ma anche reliquario dello scarto, del residuo non riassorbito dalla catena produttiva, del corpo estraneo che come un virus infetta il ciclo igienico e omogeneo della serialità. Latte e lamiere reiette, ciarpame e rimasugli improvvisamente veri, soli, unici. Il loro isolamento dalla produzione ufficiale li riscatta, dona loro un alone di risentimento, di provocazione, di calma accusa nella quale si agita una nobilitas, una spezzatura suprema. Un riscatto che non investe solo la loro dimensione materiale ma che si estende anche al discorso, dato che ogni meccanismo porta impressa sulla sua cassa metallica la matricola storica o biologica che è chiamato a rappresentare. Non bisogna fraintendere la portata delle iscrizioni, dei codici alfabetici e numerici, dei cataloghi che si trovano su queste opere: non si tratta di calembour, di enigmistica, di straniamento verbale. Ogni epitaffio dice esattamente la realtà storica, fisica, politica che indica: è memoria liberata, tramite la purezza dell’elenco, attraverso la sua incontestabile evidenza, da ogni possibile contraffazione ideologica. Le catene di nomi e cognomi, le scaffalature zoologiche o botaniche, le associazioni semantiche non sono che un tramite per inchiodare la storia del pensiero alla sua volontà museale, e dunque criminale. Svuotate di ogni autorità culturale, di ogni valenza pedagogica, di ogni consolazione didascalica – atlanti, tavole sinottiche, bestiari come collezioni dell’umana stupidità – oh, die Dummheit der Wissenschaft!