
Federico Guerri
Paesaggio 3, 2010
Grafite su tela
120 x 120 cm
La disciplina del cartografo
in SENTIERI INTERROTTI, catalogo della mostra personale di Federico Guerri
Galleria L'Affiche, Milano 2010
abstract
Di fronte alle tele di Federico Guerri si ha l’impressione di essere tratti in un movimento vorticoso, lo sguardo costretto a rapide dislocazioni, assorbito nel tentativo di convogliare in un unico spettro il fascio irradiante dei segni. È un effetto cinestetico che deriva dalla natura stessa della composizione: come per le volute degli arabeschi, i reticoli musivi, l’anima alveolare degli intarsi, l’immagine fin da subito impressa nel cardine dei singoli elementi giunge a palesarsi unicamente in forza della loro successione e delle loro reciproche relazioni. Lo sguardo asseconda questo svolgimento, insegue l’innesto di un segmento nell’altro, l’intero sistema di giunture e intersezioni, dove ogni tratto esprime una elongazione del possibile, una fondamentale risposta al vuoto. Qualunque ipotesi circoscritta di figurazione risente di questa evoluzione: qui una cupola, una volta, un’arteria stradale, e poi guglie, capitelli, tetti, le vertebre di una muraglia – individuata per una specie di planimetria aerea, ogni idea di territorio, sia esso urbano o selvatico, verosimile o fantastico, si dissolve in una compagine di onde e rifrazioni, di cui ogni linea non rappresenta altro che l’energia di propagazione.
In questa incessante anamorfosi la forma architettonica tende a contaminarsi, a coincidere con certe geometrie vegetali, con le eliche e le sinuosità dei rampicanti, le nervature dei quarzi, i nodi delle cortecce, il fragile scheletro del fogliame, in una fisica molecolare del tratto segnico che, estranea a ogni difetto di staticità, genera un sorprendente processo di ibridazione tra modelli rappresentativi di struttura. È come se una immensa cattedrale, un imponente libro di pietra e arena, si dispiegasse di fronte ai nostri occhi: una foresta di simboli, uno sciame di fibre e scintille strappate a un qualche universo che persiste nel celare il suo fulcro emanatore, quel punto focale della rappresentazione che, come lo spazio vuoto del tempio, resta a noi interdetto.
È la città pulviscolare, stratificata, disseminata; è la forma dell’impero, carica di molteplici connessioni, nella quale ogni segno ruotando intorno al proprio asse crea un campo di attrazione. Perché a una lettura microscopica, parcellizzata, ciascun dettaglio risulta splendidamente circoscritto, fonda un ordine a sé, perfettamente speculare all’ordine circostante, all’edificio mobile e proliferante che gli si accaglia intorno, che lo delimita e lo ingloba. Dal più piccolo tassello alla sua panoramica estensione il territorio cresce come un compatto, sterminato ideogramma – si rinserra in codice, vasta superficie crittografica che attende solo di essere decifrata.
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