Rainer Maria Rilke, tra la divinità e un palcoscenico / In balìa della lingua / Con corpo e voce / Marina Cvetaeva: visione e metamorfosi / Nei buchi che stanno tra le parole. Sulla poesia di Nino Pedretti / Poesia e conoscenza
saggi / letteratura / RILKE
Rainer Maria Rilke, tra la divinità e un palcoscenico
in GRAPHIE
Rivista trimestrale di arte e letteratura
Anno III, num. 4
abstract
[...] La centralità che assume l'addestramento alla solitudine trova completamento nella rinuncia a (questo) mondo: la dimensione del congedo è lo spazio vitale di Rilke. Sia quando esso si traduce in biografia (da Praga a Parigi tutti i luoghi della sua vita acquistano spessore emozionale solo attraverso il commiato da essi, solo per effetto dell'intervallo stabilito da una lontananza), sia quando viene trasfigurato nella parola poetica (nella fenomenologia del commiato, del prendere congedo come unico atto di salvezza, unica risposta alla mancanza dell'umano). L'esilio è la condizione umana (" perché in nessun luogo vi è sosta ", " così viviamo sempre congedandoci "), il congedo, per assurdo, l'unico farmaco per conquistarsi un' appartenenza. La scelta di ritrarsi e centrare lo sguardo su di sé vuole dare risposta alla situazione di emergenza esistenziale nella quale si trova l'uomo, a disagio " nel mondo interpretato ", sradicato dalla terra, errante, perché " i vivi errano, tutti, che troppo netto distinguono ". L'esercizio della ragione condanna l'uomo all'esilio sulla terra, al suo avvertirsi precario, provvisorio, illegittimo; il vaglio, distrugge la grazia, la leggerezza divinatoria, l'incosciente profondità che Rilke assegna al tutto cosciente (gli angeli) e al vuoto di coscienza (la marionetta). L'uomo, " maschera piena a mezzo" , erra con la ragione, in quell'errare che produce errore. Pecca di troppa consapevolezza e, tuttavia, non pecca mai abbastanza (" Noi non siamo tutt'uno... sorpassati e tardi, ad un tratto ci impegniamo a contrastare i venti e caschiamo nello stagno indifferente "). Si trova, approssimativo, in mezzo a queste due figure limite che di tanto lo sopravanzano: gli angeli, le coscienze assolute, autosufficienti, che come specchi emanano e possiedono la loro grandezza (" la bellezza che da voi defluisce la riattingete sui vostri volti "). Le marionette, " quell'involucro di pelle e filo e il suo volto d'apparenza ", le figure della privazione assoluta e quindi della verità assoluta, della purezza che nasce dal non lasciarsi ingannare dai sensi esterni e dal non possedere mistificanti sensi interni. Entrambe figure di una realtà culmine che l'uomo tenta di imitare ma di cui non coglie mai il vertice, l'angelo e la marionetta sono gli antipodi di quel limite a cui tende per tutta la vita: la pienezza che si fa vuoto, la catarsi. Di qui l'antropologia rilkiana sarà volta alla riduzione ai minimi termini dell'uomo, al tentativo, continuamente cercato con l'esercizio della poesia, risolutamente assegnato al passaggio alla morte, di assimilarlo ai due poli estremi della perfezione. Anche l'esperienza amorosa, che pure Rilke indica come la più intensa che all'uomo è dato abbracciare, non si sottrae all'impietosa messa a nudo della vanità e dell'inconsistenza umana. Gli amanti " se la nascondono soltanto, un con l'altro, la loro sorte ". Gli amanti che " non urtano uno nell'altro sempre in limiti, loro che aspettavano spazio, caccia, patria? ". La presenza dell'altro non è né tramite, né completamento: l'altro è il paravento che ci nasconde la nostra precarietà, gli amanti non sono che due monologhi, due solitudini che tentano il dialogo. L'unica via è quella di togliere, sottrarre, diminuire, l'unica sfida quella della rinuncia, del silenzio, del tornare dentro, del trovare di nuovo il luogo dove alberga l'umano. In quella patria invisibile che è la durata interiore, il persistere della memoria incarnata nelle cose, in ciò che ci allaccia alla terra. Fuggiamo dinanzi a ciò che conosciamo, torniamo a ciò che ci ha fatti suoi. Tornare alle cose, alle "lariche" cose, agli oggetti frequentati e da questa frequentazione avvalorati, cose " in cui essi già trovavano l'umano e accumulavano umano ora vuote cose indifferenti, apparenze di cose, parvenze della vita. Le cose animate, vissute consapevoli di noi, declinano e non possono più essere sostituite ". [...]