Roberta Bertozzi interno 38

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saggi / letteratura / L’eta' dei nomi infelici

 

L’età dei nomi infelici
note sulla poesia di Giancarlo Pontiggia
in clanDestino, Trimestrale di letteratura e poesia
anno XXV – n. 3-4 / 2012

abstract

Ci sono esperienze di scrittura che si palesano in modo fulmineo, da subito trasparenti, capaci di imporsi alla coscienza del lettore con fare netto e perentorio; altre esigono una più lenta assimilazione, un approccio diacronico, che spesso facilita l’affiorare di strati e spessori insospettati. Credo che l’esperienza di Giancarlo Pontiggia abbia la proprietà di far convergere entrambe le dinamiche: tersa e a un tempo enigmatica, disposta secondo un ordine di piena intelligibilità e tuttavia opaca, come turbata da un’insondabile inquietudine, essa trattiene nel suo corpo sia i valori, e la grazia, di una significazione lineare, che una sorta di ritardo del senso, una sua diffrazione. Nella lettura questo doppio movimento si fa esplicito, esplicito l’innesto di due eloquenze contrarie e simultanee: una felicemente assertiva, intesa a smaltare l’oggetto del suo discorso, a fasciarlo di una luce a piombo; l’altra obliqua, digradante, forse consapevole dell’oscurità che da ogni lato lo insidia. Se da una parte egli ritaglia dei nuclei rappresentativi solidi e determinati, dall’altra un sotterraneo impulso della sua voce tende, con mossa impercettibile, a eliderli – quasi che nell’attestare una presenza immediatamente subentrasse il riconoscimento della sua sostanziale inattingibilità. Una dinamica, questa, che a mio avviso può essere percepita fin dalla sua prima raccolta, Con parole remote, edita da Guanda nel 1998. Marcata da uno stile polito e colto, retta da una tessitura prosodica impeccabile, l’opera si aggrega intorno a un preciso manifesto poetico, ribattuto di continuo nei testi. Pontiggia sente anzitutto il bisogno di tracciare un confine di dicibilità, un compito, una direttrice espressiva, anche divergendo dal coevo panorama letterario, diviso in quegli anni fra le prove di un’avanguardia ormai fossilizzata nella sua maniera e l’affermarsi di un minimalismo lirico in bilico tra rinascenza orfica e dettato prosastico (orientamenti, questi, da cui egli si era già parzialmente discostato con la redazione dell’antologia La parola innamorata (1978), applicando delle scelte teoriche che solo nella collezione di saggi Contro il romanticismo (2002) troveranno compiuta formulazione).
Se l’intenzione guida del libro d’esordio coincideva con la necessità, cito da una sua intervista, di “tornare a stabilire in modo rigoroso i confini del canto”, questa misura, da attributo essenzialmente formale, quale rappel à l’ordre, ripristino di un cardine armonico a sostegno della versificazione, si rivelerà essere in primo luogo un contenuto etico e metafisico. Essa consisterà in una peculiare disposizione verso le cose e i fenomeni, diretta a intercettare la sacralità che è loro sottesa, volta a suscitare e a perimetrare quel “salvo fuoco” che si cela nelle pieghe dell’esistente.

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