Roberta Bertozzi interno 38

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saggi / letteratura / Brodskij

 

In balìa della lingua
appunti da una lettura di Josif Brodskij
in CLANDESTINO
Rivista trimestrale di letteratura e poesia
anno XVII numero 2/2004


abstract

[...] Questa interruzione cronologica, questo proiettarsi della lingua oltre l'esperienza privata del poeta, questa intensità che cresce sola e sospinge il poeta dal luogo da cui è partito, dove in principio era una parola o anche solo un suono udibile, rivelandogli cose di cui non era a conoscenza ricorda molto da vicino l'interpretazione platonica dello Ione secondo cui il poeta "è incapace di poetare se prima non sia ispirato dal dio e non sia fuori di senno, e se la mente non sia interamente rapita. Finché rimane in possesso delle sue facoltà, nessun uomo sa poetare o vaticinare". La chiaroveggenza, lo schiarimento della visione, prodotta dal rapimento non presuppone nulla di mistico: la vicinanza e il contatto con la lingua fungono da vettore e trasportano naturalmente alla consapevolezza perchè "l'esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell'universo".Il luogo in cui la lingua manifesta pienamente la sua irriducibilità è l'esilio: la condizione dell'esilio, la marginalità, l'espropriazione dello spazio antenato è la situazione chiarificatrice di questa indissolubilità fra l'uomo e la sua lingua. L'esperienza dell'esilio, dell'essere gettato provoca una irruzione repentina del respiro di questa connaturalità: "l'esilio ti porta da un giorno all'altro là dove normalmente occorrerebbe una vita per arrivare". Iosif Brodskij, espulso dalla Russia nel 1972 e costretto all'esilio, già figlio di San Pietroburgo, una città al limite della terraferma, la "finestra sull'Europa" voluta ed edificata dallo zar Pietro I, città straniera e alienante, in nulla somigliante al resto della Russia continentale, sperimentò per tutta la sua vita la condizione dell'esilio, del trovarsi ai margini. Ma più di ogni altra cosa, in seguito al suo allontanamento dalla madrepatria ad opera di un regime ostile, fu l'incontro con una lingua straniera, l'inglese, a catapultarlo al centro della sua lingua: "per uno che fa il mio mestiere la condizione che chiamiamo esilio è, prima di tutto, un evento linguistico: uno scrittore esule è scagliato, o si ritira, dentro la sua madrelingua. Quella che era, per così dire, la sua spada, diventa il suo scudo, la sua capsula. Quella che all'inizio era una liaison privata, intima, col linguaggio, in esilio diventa destino - prima ancora di diventare un'ossessione o un dovere". Nell'esilio la Musa rivela il suo volto, si toglie la maschera del mestiere o della vocazione per confessare la sua radicalità ontologica, il suo essere destino, il suo agire come propulsore infondendo una verticalità incondizionata alla nostra agnizione: "perché un'altra verità, a proposito della condizione che chiamiamo esilio, è che essa imprime un'enorme accelerazione al volo - o alla deriva - che già per motivi professionali ci porta verso l'isolamento, verso una prospettiva assoluta: verso la condizione in cui tutto quel che resta a un uomo è lui stesso e la sua lingua, senza più nessuno o nulla in mezzo". Il riconoscimento che stare di fronte alla propria lingua è il nostro destino spazza via tutti i riferimenti alla situazione o al contesto, alla contingenza temporale e spaziale e ci proietta in una confidenza estrema con la nostra verità in quanto esseri umani.
La nostra lingua ha la stessa consistenza dell'impasto e ci attraversa anche nel silenzio come il fluire del corso d'acqua, ininterrotto e cangiante. La lingua è lo spazio concreto in cui ci muoviamo, in cui ci generiamo come uomini ed è la precedenza di senso che ci identifica qualitativamente. Prendere coscienza della nostra qualità equivale ad allontanare da noi ogni falsa scelta: affermare che la lingua è destino significa attribuirle la cifra del nostro essere al e per il mondo. Perché la lingua non è solo contenitore di narrazione, di pensiero, di testimonianza ma è la nostra specificità genetica e la poesia, come vertice del linguaggio, è il nostro fine: "se ciò che ci distingue dalle altre specie è la parola, allora la poesia, che è l'operazione linguistica suprema, è la nostra meta antropologica e, di fatto, genetica. Chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una "lettura", commette un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso". [...]

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