Rainer Maria Rilke, tra la divinità e un palcoscenico / In balìa della lingua / Con corpo e voce / Marina Cvetaeva: visione e metamorfosi / Nei buchi che stanno tra le parole. Sulla poesia di Nino Pedretti / Poesia e conoscenza
saggi / letteratura / CON CORPO E VOCE
Con corpo e voce
il dialetto tra poesia e teatro
in IL PARLAR FRANCO
Rivista di cultura dialettale e critica letteraria
anno IV - 2004
abstract
[...] Corporalità della lingua significa questo farsi gesto della parola e il dialetto è l’ambito dove parola e gesto si confondono e diventano scambievolmente l’una il prolungamento dell’altro, l’uno la potenzialità inespressa dell’altra: esattamente come nel teatro. In teatro la lingua non è sciolta dal corpo che la pronuncia, nel teatro lingua e corpo sono tutt’uno. Corporalità della lingua che è esperienza, silenzio, gesto: le forme che stanno all’origine di ogni possibilità di pronunciare, forme che legano la parola dialettale e quella teatrale in una uguale vocazione, in una medesima intenzione. Esiste quindi una radicalità più forte, al di là dello scrivere per il teatro, un volere originario, al di là della forma drammaturgica di un testo, che unifica parola dialettale e parola teatrale: la necessità, inconsapevole o meno, di nominare la vita senza occultarla, di metterla a nudo senza usare artifici, di dirla esattamente come si presenta al corpo. Lo smascheramento che viene messo in atto dall’ingenuità (o genuinità) linguistica, dal suo dire le cose esattamente come sono perché in quella lingua specifica altro non potrebbero essere, dato che lingua e cose sono un tutto unico, è la leva che scardina i tanti strati che il pensiero oppone alla realtà, nel tentativo di accomodarla a sé secondo un compromesso riappacificante. La lotta fra desiderio di una razionalità, di un ordine che inquadri l’essere multiforme della vita, e il caos, il debordare della realtà sempre e comunque, è lotta che appartiene alle lingue colte: a teatro così come nella poesia in dialetto c’è un’attenzione, un’accoglienza del vivente al limite del dolore, al limite della sua dicibilità, che vuole essere risarcimento di tutti i fraintendimenti che costantemente il pensiero applica alla realtà.
Nel segno della spogliatura si rivela l'affezione al mondo, la ricerca di un contatto primigenio e di una primigenia autenticità. Un luogo dove si avveri l'essere sempre presente, un luogo dove l'immediatezza è forza leale e rituale del dono. Questo luogo vuole compiersi sulla scena, che sente nel dialetto lo strumento linguistico più adatto per dare vita ai corpi e alle voci.
A fare della parola dialettale una parola voluta dal teatro sta, accanto alla sua corporalità, anche la sua natura essenzialmente orale. Il dialetto, lingua dello scambio e della comunicazione popolare, cresciuta all'aperto, "lingua che non tesaurizzava, ma che spendeva e così anche si rinnovava, lingua usata anche dagli uomini colti (accanto al latino, lingua della scienza, e al toscano, lingua della scrittura e del parlare corrente)" (Nino Pedretti), non ha mai conosciuto una codificazione scritta che la irreggimentasse in una sintassi e in una tradizione letteraria. È una lingua priva di tutti quei segni di rigidità formale e grammaticale delle lingue colte, di quei caratteri che spesso avviliscono il suono e il colore, le potenzialità espressive e la malleabilità proprie di un organismo linguistico che si affida solo alla voce. L'oralità del dialetto contribuisce a provocare sulla scena l'effetto di una immediatezza e di una vivacità acustica, di un timbro sconosciuti all'italiano, tutti elementi che nella dimensione teatrale hanno un peso notevole. Perché i tempi del teatro sono quelli dello scambio diretto, della fulminea interazione fra attore e pubblico, fra parlante e destinatario del messaggio. Una parola complicata da rimandi testuali, da mediazioni riflessive, da nuclei retorici, allenterebbe i tempi della relazione, che costituiscono l'ambito in cui il teatro trova la sua prima ragione. [...]