Rainer Maria Rilke, tra la divinità e un palcoscenico / In balìa della lingua / Con corpo e voce / Marina Cvetaeva: visione e metamorfosi / Nei buchi che stanno tra le parole. Sulla poesia di Nino Pedretti / Poesia e conoscenza
saggi / letteratura / CVETAEVA
Marina Cvetaeva: visione e metamorfosi
in Quaderni "Nel corpo - come in esilio"
Seminario di lettura su tre autrici del Novecento poetico - Cesena - 2006
abstract
[...] È difficilissimo isolare uno, due versi esemplari nelle poesie della Cvetaeva, uno, due versi in cui dovrebbe caricarsi e intensificarsi l'immagine - proprio perché l'intensità non è nell'immagine singola, ma nel movimento, nella corsa impetuosa e impietosa fino all'ultimo verso . È come se le immagini fossero continuamente incalzate dalle potenzialità e dalla dinamicità del linguaggio, sollecitate dalle sue alchemiche alterazioni, assorbite in una significanza che le supera e le flette - passaggi e non punti di concentrazione, gradi di un pensiero che proseguendo si chiarifica, scarnificandosi, giungendo al suo osso. L'opera si edifica sulle forze interne della lingua più che sulle immagini che da essa scaturiscono, sull'alternanza di eufonie e cacofonie, sulle rime, le assonanze, l'intero concerto delle sillabe: "Intonazione: intenzione divenuta suono. Intenzione incarnata.". L'unità sillaba è per la Cvetaeva unità concreta e reale - la voce, essenza, fondamento. Le immagini - transizioni, valori provvisori che si devono realizzare, attraverso e per la lingua: "poeta è colui per il quale ogni parola non è fine ma inizio di un pensiero, colui che pronunciando la parola raj (paradiso) o tot svet (l'altro mondo), deve mentalmente fare il passo successivo e trovare le rime adatte; così nascono kraj (paese) e ot svet (riflesso), e così si prolunga l'esistenza di coloro la cui vita si è interrotta". La Cvetaeva dilata la lingua all'estremo, alle sue estreme conseguenze, ne accelera il metabolismo, e in questo stiramento l'inquadratura, il fermo immagine metaforico cede il passo alla sequenza, alla contorsione propria della metamorfosi: la singola esperienza plasmata e riplasmata, percorsa a ritroso fino a un suo diverso inizio, un inaudito stato iniziale. In questo modo di procedere acquistano importanza decisiva solo le soglie e i cambi di potenza - uno stringere o un allentare la presa - tutto premuto più avanti, più a fondo di quello che era chiamato a esprimere. Con queste parole le rispondeva Rilke, in una lettera del 1926: "Ed è straordinario che, gettate come dadi dopo che la cifra è già stata pronunciata, le tue parole cadono un gradino più in basso e mostrano un altro numero, più preciso, definitivo (e spesso più grande)!". Le similitudini e le metafore, più che forme descrittive e stabilizzanti, centri di addensamento e concrezione, sono appunto "colpi di dadi" - mobili, aperte, transitive, tutte volte a produrre il senso del passaggio - tensive, abbandonano il loro carattere puramente esornativo per farsi ponti di conquista conoscitiva, archi. Entrando in forte complicità con la vita, non riducendosi a esserne semplicemente espressione. La matrice originaria, la porzione di realtà da cui prende avvio la composizione poetica, è coinvolta in un ciclo di trasformazioni, trasferita, dislocata: non accade più prima, alle nostre spalle, nel passato ma è continuamente proiettata innanzi a noi, tradotta. Nessuna trascrizione dunque ma vera, perché in atto, nella simultaneità del suo farsi, creazione. Simultaneo, eterno: il luogo poetico è luogo del tempo ristrutturato, assorbito in una diversa concentrazione, in una coesistenza di tutti i tempi - fuori dalla misura e dalla parcellizzazione:
Giacché io sono nata fuori
Tempo! Ti sfianchi invano,
non convinci! Califfo per un'ora!
Tempo, io - ti manco!
La metafora si fa metamorfosi, diviene forza di sintesi, assoluta identità a un grado maggiore. Quella della Cvetaeva è poesia di formazione e non di forma - le parole che nel designare agiscono come connettivi, come elementi di propulsione, dando vita a nuove figurazioni. Nessuna consolazione, nessun canto, nessuna evocazione: la sua poesia è esperienza, trasformazione perché registrazione attiva dell'ordine delle cose, amplificata fino ai minimi dettagli, fino al minimo riverbero - perché nulla vada tralasciato. [...]