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saggi / letteratura / PEDRETTI
Nei buchi che stanno tra le parole. Sulla poesia di Nino Pedretti.
in IL PARLAR FRANCO
Rivista di cultura dialettale e critica letteraria
anno VII - 2007
abstract
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Nella prima raccolta di Nino Perdetti, Al vòusi (Le voci), il dialetto inscena il suo controcanto: il ritratto del piccolo paese e dei suoi abitanti è il ritratto di un nucleo ad alto potere deterrente, dove la vita erompe nella sua manchevolezza, e, spesse volte, nella sua ferinità, dove le pulsioni elementari e i tabù, le piccole ossessioni e le meschinità vengono allo scoperto come materia finalmente scarcerata dalla maschera del decoro e della convenienza, come corpo che riprende pieno possesso di sé tramite la parola. È un controcanto alla lingua egemone e alla cultura da essa imposta, avvertita dalla gente del borgo come strumento subdolo di prevaricazione, come sfumatura sotto cui si cela la beffa e lo scherno, come lingua di cui diffidare proprio a causa della sua correttezza grammaticale (“st’ilt sla boca dòulza”, “gli altri con la favella dolce”). La lingua egemone è la lingua dell’impersonalità – nei nomi delle strade, nell’ingiunzione in tempo di guerra del fascista o del tedesco: come nota Alfredo Stussi, in queste poesie gli inserti in lingua introducono sempre “una prospettiva esterna e anonima” – quella anonimità del potere, della macchina derealizzante e burocratica, che sfrutta il linguaggio a uso coercitivo, che lo piega al servizio della propria imperscrutabilità.
È su questo conflitto che si fonda la ragione poetica del prestito di voce e l’adozione stilistica del monologo – il poeta consegna la sua voce al coro degli esclusi e degli emarginati (“– bravo, t’a l’è détt / própri cume mè / s’a putéss scrèiv –”, “– bravo, l’hai detto proprio come potrei farlo io / se sapessi scrivere –”), limitandosi unicamente a registrare ciò che, in presa diretta dalla vita, si offre già come sostanza poetica (“Ma questo mio lavoro è come se non mi appartenesse, come se fossero altre voci che l’hanno scritto”, confidava per lettera nel 1973 a Rina Macrelli). Il motivo della registrazione, della trascrizione sic et simpliciter della realtà che si presentava ai suoi occhi, consentiva alla lingua di effettuarsi senza alcuna falsificazione, di restituire completamente il “forte dosaggio di verità” che le era intrinseco.
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